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PRIMA LETTERA AI CORINZI
(13)
Dopo il sublime “volo” del cap. 13 sulla carità (agàpe), che è la sostanza dell’essere e del vivere cristiano, col cap. 14 Paolo ritorna… a terra, per così dire, e richiama nuovamente i fedeli di Corinto a ripensare alle loro assemblee ecclesiali. In vista di esse, egli ora propone riflessioni e direttive in modo che tutto si svolga con dignità e ordine, come si addice al luogo e al carattere di queste riunioni. I carismi e l’edificazione della comunità cristiana (14,1-25) Paolo, dunque, riprende: «Ricercate la carità… » (14,1). È la conclusione spontanea che non ha bisogno di tante esortazioni dopo l’elogio che ne ha fatto. Certo la pratica della carità, come egli la descrive, è un ideale; però siamo ancora su questa terra in cui c’è bisogno di carismi e di grazie per vivere e organizzare la nostra vita cristiana insieme, ordinatamente. Nel cap. 14 Paolo fissa l’attenzione sui carismi che si manifestano nell’assemblea cristiana, e che sono quelli relativi alla parola, in particolare quello detto del “parlare in lingue” e quello della profezia. Paolo raccomanda di aspirare ai doni dello Spirito, soprattutto alla profezia. Egli lo vede come un dono ricco, perché abbraccia l’istruzione, l’esortazione e la consolazione, e si esprime con un linguaggio chiaro, accessibile a tutti, cosicché appare il più utile per “edificare” la comunità e i fedeli. “Edificare/edificazione” sono parole che ricorrono più volte in questo capitolo (prova a contarle!) e manifestano la preoccupazione fondamentale di Paolo, quella cioè che i partecipanti alle riunioni crescano nella conoscenza della fede in Gesù Cristo, nel Padre e nello Spirito, si sentano esortati a condurre una vita in armonia con la loro fede, secondo il vangelo di Gesù, e ascoltino parole di consolazione e incoraggiamento di fronte alle sofferenze e difficoltà che incontrano per mantenersi fedeli a Cristo: edificazione, esortazione e conforto sono le parole di Paolo fin dall’inizio (14,3). Paolo pensa alla comunità cristiana come a un edificio, anzi a un tempio di cui i cristiani sono le pietre vive (1Cor 3,16; Ef 2,20-22; anche la 1a di Pietro 2,4-5 usa questa immagine). |
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Paolo ha già detto che come sapiente architetto ha posto a fondamento della comunità di Corinto (1Cor 3,10) Cristo crocefisso: l’incontro della comunità cristiana deve quindi aiutare a crescere ogni cristiano nella fede, nella speranza e nella carità sulla base di questo fondamento. Carisma delle “lingue” e della “profezia”: contrasto e complementarietà Per tutto questo Paolo vede nella “profezia” il carisma più adatto a “edificare” e a far crescere la comunità di Corinto, come ogni altra comunità ecclesiale. Fin dall’inizio (14,1-6) fa un confronto serrato tra la profezia e il “parlare in lingue”. Questo, come sappiamo, era il carisma più ambìto e apprezzato dai Corinzi, perché dava la viva percezione di un contatto diretto con lo Spirito. Paolo lo apprezzava nei singoli fedeli, perché li portava a una profonda preghiera e unione con Cristo che aveva poi riflessi benefici sulla loro vita cristiana. Esternamente si manifestava con parole o frasi staccate, non comprensibili, quasi un ribollire della preghiera interiore. Paolo pone a confronto profezia e parlare in lingue per mostrare come nelle riunioni ecclesiali debba avere la precedenza la profezia che suppone un parlare ispirato ma comprensibile subito da tutti, rispetto al dono delle lingue, che risultava incomprensibile. Per noi è alquanto incomprensibile anche il carisma in se stesso, dato che non ci viene mai descritto nel suo manifestarsi concreto. Ma Paolo lo apprezzava come segno della presenza dello Spirito di Dio; anzi dice che lui stesso lo sperimentava più di tutti i Corinzi (14,18-19). E tuttavia dice loro chiaramente che sarebbe del tutto inutile il suo ministero di apostolo se parlasse loro “in lingue”, per cui preferisce dire loro cinque parole comprensibili che diecimila… incomprensibili! Egli si augura che tutti possano godere di questo carisma per fare una profonda esperienza dello Spirito Santo; ma dal punto di vista comunitario, di fatto, esso può creare problemi: se nelle riunioni tutti o molti si mettono a parlare in lingue si crea una confusione in cui nessuno capisce nulla e tutti ne sono disturbati; cosicché se qualcuno estraneo entrasse nel luogo della riunione penserebbe a un raduno di gente impazzita! Alcune norme per l’uso dei carismi nelle riunioni ecclesiali (14,26-40) Scendendo ora a qualche disposizione pratica, Paolo mostra che gli sta a cuore il clima, l’atmosfera generale, delle riunioni dei cristiani, proprio perché si tratta di riunioni a carattere religioso in cui ci si mette in rapporto più diretto con Dio e con Gesù Cristo nello Spirito Santo mediante la preghiera, l’ascolto della parola, la celebrazione dei sacramenti, specie quelli più frequenti: battesimo ed eucaristia. Tutto ciò esige un clima di serenità, di ordine e di decoro per il vantaggio di tutti, e non di disordine, di spontaneità incontrollata. Se la prima parola del cap. 14 è l’esortazione alla pratica della carità, l’ultima parola di questo stesso cap. è l’invito a impegnarsi affinché “tutto avvenga nel decoro e nell’ordine” (v. 40). Ecco allora delle disposizioni particolari. Poiché le riunioni non possono protrarsi senza limite, si devono contenere gli interventi. Quanto al carisma del parlare in lingue, siano solo due o tre a intervenire per ordine, cioè uno dopo l’altro, e solo se vi è chi interpreta, altrimenti stiano, preghino interiormente nel loro cuore. Così pure per chi ha il dono della profezia. “Tutti potete profetare” dice Paolo (v. 31), ma evidentemente non tutti possono parlare nella stessa riunione, anche perché il discorso di chi ha il dono della profezia è più esteso e deve essere valutato dalla assemblea. “Esaminate ogni cosa – diceva Paolo nella 1a ai Tessalonicesi – e ritenete ciò che è buono”. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Riesci a concentrarti qualche volta nella preghiera, senza parole o formule, nel silenzio interiore? (ci vuole del tempo e un luogo adatto, ma è bene provare!) 2) Come sono le riunioni parrocchiali a cui tu partecipi? (consiglio pastorale, i vari settori liturgico, catechistico, di volontariato caritativo…) 3) Cosa faresti per migliorarle cosicché si facciano “nel decoro e nell’ordine”? (Non basta irritarsi e… abbandonare; si deve almeno pregare!) D. Antonio Girlanda ssp |